Si ricomincia!, giù per le scale proprio lì, sulla destra.
Permesso! Permesso! cerco con garbo di districarmi tra la folla viaggiante, anche se dentro di me alberga uno sfrenato desiderio di entrare di prepotenza lungo quella scia che va delineadosi nella mia mente, statisticamente approvata come il miglior tragitto possibile, ottimizzante sia in termini di tempo che di spazio che di risorse psico-idriche sprecande. Schivo, volteggio, con fare maldestro dò vita a movimenti eleganti come se stessi improvvisando un passo alla Frank Sinatra sulle note di New York New York. Il pubblico ancora una volta non pagante mi volge occhiate di scherno, cui non posso dar risposta, fortunatamente ho con me le valige che mi aiutano a mantenere un certo equilibrio, che nel mio caso somiglia forse più ad una vertgine distratta.
Salto gli ultimi due scalini con scioltezza e via!
Inizia il tunnel, si insomma il sottopassaggio.
Sinistra, destra dove vado adesso!
Quale corrente scegliere. questa volta non c'è veramente tempo nè per metafisiche nè per lanci di monetine o ricordi del passato, mi lascio guidare dall'istinto....e guarda un po'! ancora una volta mi porta a sinistra. Mentre mi involo, quello spirito razionale per un attimo assecondato e probabilmente per questo indispettito, tenta di rallentare la mia corsa, così che possa buttar l'occhio su cartelloni, tabelloni, sperando di strappare quella conferma di aver intrapreso il percorso giusto. Il passo rallenta si, ma rimane pur sempre incalzante. Ho fino ad adesso affrontato il viaggio facendo si che l'emotività di un momento trovasse modo per fondersi entro un sistema di giustificazioni possibili, razionalmente spiegabili, di cui alla fine risultava chiaro solo la loro etrena circolarità e il loro strenuo tenatativo di rispondere all'anima di un eco infinito. E' tempo di cambiare, beh diciamo almeno di provarci, quasi quasi lo chiamo crescere così mi sembra meno pesante. Mantengo una falcata sostenuta sono a metà sottopassagio, o meglio a metà della parte sinistra, in fondo cìè l'arrivo o la partenza, dipende dai punti di vista e il mio in questo caso non è proprio in grado di darne una chiara ed onesta identificazione. L'unica certezza che palesa nella mia mente è che non devo araggiungere la fine del sottopassaggio, devo fermarmi, devo svoltare, destra, sinistra,...chi può dirlo...forse il tabellone lì in fondo.
Scatto, un centrometrista nato, direbbe il mio allenatore di bocce. Ho scelto di non arrestare la corsa, quindi giusto un'occhiatina di sfuggita, e come va, va. Mal che vada svolto a caso e agguanto il traguardo. Cinque metri, quattro, tre, due, uno. E' un lampo, un sospiro, concentri tutto te stesso in quell'attimo, il cuore pompa sangue tanto da farti bruciare le vene, il tuo sguardo si assottiglia come a catturare ogni singola sfumatura dell'aria, non esiste niente intorno, solo tu e una risposta. Cercarla è inutile, ormai serve sentirla, e sei già passato. Non puoi chiederti cosa hai visto, porti con te la responsabilità di aver seguito l'istinto, di aver dato retta allo sfuggente brillare di un nome, forse riprodotto su un insegna artificiale di un sottopassagio frenetico di una stazione labirintica, ma per la prima volta impresso su un sorriso che va allargandosi mentre sali le scale di un nuovo binario.
domenica 1 febbraio 2009
martedì 18 novembre 2008
Parte sedicesima
In quella che forse per la prima volta sembra non esser una fuga ho bisogno di una vera e propria dose di adrenalina, qualcosa che alimenti questo mio status di eccitazione e pienezza, che faccia da cornice e immortali per sempre il mio sguardo su cui lentamente vanno a imprimersi quelle accese pieghe di un egocentrismo sempre lasciato sottointeso nella penombra di qualche "forse" racchiuso nell leggero tremare delle palpebre.
Come un esperto radiofonico lancio il prossimo brano musicale, peccato solo non avere neanche un minuto per sceglierlo. Avrei passato ore e ore a fare avanti ed indietro fino a selezionare qualche pezzo metal anni novanta, magari dei vecchi e gloriosi Metallica, quando ancora Kirk Hammet si lanciava in assoli graffianti carichi di scale vertiginose che mi rapivano di meraviglia l'animo. Ricordo che sarei stato pronto a dare qualsiasi cosa pur di poter ripetere anche per pochi secondi quella nota impossibile, farla vibrare all'infinito. Ora come non mai riassaporo quell'emozione, quel brivido che nasce da una nota che taglia tutto ciò che mi si para davanti e che intralcia il mio cammino.
Aimè i Metllica hanno deciso di riposare ancora per un pò nell'archivio, ma a prendere la scena è quell'inconfondibile triplo rullo di cassa, secco, deciso, che fa da anteprima ad un ritmo incontrollabile a cui non si puo resistere.
E' una sequenza di note frenetiche, che balzellano tra un binario e l'altro e che si insinuano nelle vene, ammorbidendo muscoli e nervi ormai abbastanza provati dal viaggio.
E' il riecheggiare del mondo che fino ad ora ho tentato di disegnare e a cui sto dando ascolto, che pulsa, freme, che come un quadro di Kandinsky cerca di uscire fuori da una forma preconfezionata, offerta come la migliore delle soluzioni possibili.
E' un vortice di emozioni trascinate dall'incalzare incessante di accordi brillanti, che vanno ad intrecciarsi in modo indecifrabile sulle rive dell'Arno specchiandosi su colori primaverili in un inverno appena iniziato.
E' l'inno di chi sta per intraprendere una corsa contro il tempo, che non può e non vuole fermarsi davanti all'idea di poter respirare una vita qualsiasi, di chi non vuol essere scelto finchè non è in grado di scegliersi, di chi è forse troppo innnamorato di se stesso tanto da rimanenrne accecato, ma che custodisce gelosamente il ricordo di ogni lacrima versata....
It's the end of the world, forse quello che di cui i R.E.M parlano, forse quello che leggiamo sulle prime pagine dei giornali o quello raccontato nei notiziari televisivi, il mio mondo invece è giovanissimo, è nato su un binario e un giustificato motivo lo fa rimanere abbracciato ad esso.
Giangi
Come un esperto radiofonico lancio il prossimo brano musicale, peccato solo non avere neanche un minuto per sceglierlo. Avrei passato ore e ore a fare avanti ed indietro fino a selezionare qualche pezzo metal anni novanta, magari dei vecchi e gloriosi Metallica, quando ancora Kirk Hammet si lanciava in assoli graffianti carichi di scale vertiginose che mi rapivano di meraviglia l'animo. Ricordo che sarei stato pronto a dare qualsiasi cosa pur di poter ripetere anche per pochi secondi quella nota impossibile, farla vibrare all'infinito. Ora come non mai riassaporo quell'emozione, quel brivido che nasce da una nota che taglia tutto ciò che mi si para davanti e che intralcia il mio cammino.
Aimè i Metllica hanno deciso di riposare ancora per un pò nell'archivio, ma a prendere la scena è quell'inconfondibile triplo rullo di cassa, secco, deciso, che fa da anteprima ad un ritmo incontrollabile a cui non si puo resistere.
E' una sequenza di note frenetiche, che balzellano tra un binario e l'altro e che si insinuano nelle vene, ammorbidendo muscoli e nervi ormai abbastanza provati dal viaggio.
E' il riecheggiare del mondo che fino ad ora ho tentato di disegnare e a cui sto dando ascolto, che pulsa, freme, che come un quadro di Kandinsky cerca di uscire fuori da una forma preconfezionata, offerta come la migliore delle soluzioni possibili.
E' un vortice di emozioni trascinate dall'incalzare incessante di accordi brillanti, che vanno ad intrecciarsi in modo indecifrabile sulle rive dell'Arno specchiandosi su colori primaverili in un inverno appena iniziato.
E' l'inno di chi sta per intraprendere una corsa contro il tempo, che non può e non vuole fermarsi davanti all'idea di poter respirare una vita qualsiasi, di chi non vuol essere scelto finchè non è in grado di scegliersi, di chi è forse troppo innnamorato di se stesso tanto da rimanenrne accecato, ma che custodisce gelosamente il ricordo di ogni lacrima versata....
It's the end of the world, forse quello che di cui i R.E.M parlano, forse quello che leggiamo sulle prime pagine dei giornali o quello raccontato nei notiziari televisivi, il mio mondo invece è giovanissimo, è nato su un binario e un giustificato motivo lo fa rimanere abbracciato ad esso.
Giangi
venerdì 10 ottobre 2008
Parte quindicesima
E' un balzo, lento, interminabile, come un'assolo jazz di Jeff Beck, come una nota blues di Seteve Ray Vaughan, mi sento sospeso nel vuoto. Sto scendendo dal treno o sto approdando sulla Luna? Le luci del mondo disegno un paesaggio accecante, quasi lunare, fuori dal tempo e dallo spazio, mi sembra di essere stato per tutta una vita in un tunnel infinito, pieno di ricordi che di tanto in tanto accendevano una soffusa candela tra riflessioni fuligginose. Lascio il passato alle spalle, questa luce è così inebriante, intrigante, perchè non seguirla, perchè soffermarsi, il salto ormai è fatto, mi ancoro a intuizioni e spunti fraterni attingendo a quella quella massima che dice che nella vita ci son passi che si fanno solo in avanti, questo è uno di quelli, e allora via! valige incamminiamoci.Pian piano il bagliore intorno a me si attenua, la stazione di Bologna comincia a delineare le sue infinite strade, come canali olandesi, sembrano tutte accessibili, possibili, pronte ad essere percorse. Impossibile abbracciarle tutte, solo una è quella corretta, ma proibitivo è cimentarsi in una scelta senza chiedere l'aiuto esterno di un tabellone ferroviario. Spero quest'ultimo sia meno crudele e spietato di quello incontrato a Milano. Questa volta pare non ci siano vincoli di tempo, quell'esigenza di dover fuggire dalla nebbia al più presto si è dissolta sulla banchine del binario 16 e 21 e lungo le rotaie di un tragitto senza deviazioni. La fame comincia ad assalirmi in maniera prepotente e implacabile, ma son troppo curioso di sapere dove mi porterà questa volta il destino, non resisto, cerco da qualche parte la scritta Prato. Eccola, mi appare subito, binario 3, ore 14:45.
Tiro un bel sospiro di sollievo, direi che ho un sacco di tempo, posso permettermi un pò di tranquillità finalmente, per poi magari perdermi nei sottoscala di questa stazione che comincia già a rimanermi simpatica. Neanche il tempo di crogiolarmi in questo stato di pre-ozio che volgo lo sguardo accanto alla spia luminosa del tabellone che indica i treni in partenza.
A caratteri cubitali è impresso il numero 14:28. Maledizione! Provo a stropicciarmi gli occhi, forse ho letto male, magari la stanchezza mi ha portato a visualizzare numeri a caso, non so, a fare operazioni di addizione o moltiplicazione tra loro.
Sgrano le pupille, ma il risultato non cambia, non c'è tregua mi dico, ed anche le valige accanto a me sembrano essere vittime di un innaturale stato di sconforto, afflosciandosi tra i miei piedi. Come fare a vincere il tempo, impossibile! Ogni strategia è vana, che fare quindi, arrendersi? rinunciare all'opportunità di giungere prima del tempo al traguardo finale, abbandonarsi appesantendo la banchina bolognese del triste binario undici. Soluzioni certo comode, morbide, ma prive di contenuto, scariche di motivazioni, dettate da un traghettatore di idee che prepotentemente offre il suo remo.
L'alternativa è correre strenuamente lasciandosi guidare dalla foga di arrivare, fuggire sguardi, odori, colori. A prendermi per mano stavolta è una dolce mano infuocata, che vorresti stringere per poi seguirla dolcemente, ma il suo calore se da un lato infiamma e ravviva pensieri ed emozioni, dall'altro acceca un percorso che ho deciso di intraprendere con serenità e che sulla schiuma di quest'onda voglio mantenere.
Ebbene si! ci risiamo, c'è sentore di paralisi, miele per il tempo che inesorabile continua nel suo countdown. Raccolgo le forze, agguanto le valige, interiorizzo il tempo, provo a dettare il rintocco delle lancette, ho un giustificato motivo per andare avanti ed è quello di sentirmi vivo, di guidarmi, lasciando che le mani siano libere di stringere serenamente i secondi che passano.
Giangi.
Nella foto: anziani alla fermata del treno.
mercoledì 20 agosto 2008
Parte quattordicesima
Pochi metri, pochi secondi e ci siamo, paradossalmente sembrano essere i più duri. Il treno cincischia, borbotta e arranca tra uno scambio e l'altro degli innumerevoli binari che pettinano la ruggionosa chioma della stazione. Cerco di non perdere l'equilibrio e lascio che il mio corpo morbidamente segua il singhiozzare del treno. Ne domino il ritmo irregolare facendo perno ogni tanto sulle mie fidate valige, sfruttando il loro peso che mai come in questo momento sembra vestire i panni di un caro amico, pronto ad offrirti la sua mano. Così mi stringo a loro lasciando ogni tanto la presa per poi riavvicinarmici. Ne nasce un leggero movimento dipinto probabilmente in qualche affresco del Buonarroti e grattato via per un attimo dalla Cappella Sistina per essere impresso su un ICPlus che finalmente sta per riposarsi. Neanche il ferroso e stridente grido delle rotaie riesce a distrarmi, sono troppo concentrato su questa infinita danza che calamita il mio corpo con le valige. Intarvedo con la coda dell'occhio i passeggeri muoversi in maniera impacciata, disordinata, ostentando una falsa esperienza e sicurezza nell'autogestire il proprio corpo, volti in cui si delineano sorrisi forzati che ad ogni strattone del treno rivelano la loro natura goffa e pesante. Così mi insinuo tra i loro precari movimenti, sfrutto la scia che lascia il loro inconsistente precipitare, filtro armoniosamente con le mie valige in questo divertente disordine e mi porto in pole position davanti alla porta del treno pronto per salpare, pronto per comiciare un altro viaggio.Bene, ma da che parte si scende? Ecco che il il caro e vecchio dubbio amletico fa breccia tra i miei pensieri. Mi dico, ma non potevi riposare per qualche minuto al bar bistot del treno ? Tanta strada, tanta disinvoltura nell'affrotare impervi tragitti e ora che sta per compiersi il gran finale sembra complicarsi tutto, subentrano incertezze paranoiche riflessioni che appesantiscono l'arrivo.Insieme al treno ho ormai superato ogni ostacolo, sto entrando liscio come l'olio fino al traguardo e non so da che parte posare la mano per afferrarlo Maledizione!, ci vuole una soluzione immediata, provo a dare uno scorcio da entrambi i lati del treno facendo capolino tra la muraglia di schiene che assalgono l'altra porta. Non posso spostarmi, rischierei di perdere il mio primato sulla porta desta, ma dall'altra parte la folla sembra crescere, come se ci fosse un arrivo,non so, più interessante del mio. Un minuto fa libero e armonico, ora tremante e paralizzato, qualcosa non va ,ci vuole della musica. Ecco le cuffie, speriamo di soffocare logiche di pensieri irrazionali con la sequenza di note soffuse. Ottimo!, in soccorso arriva Jimi, vedi di fare qualcosa! Little Wing, perfetto mi sento già meglio. Prendo coraggio dalla mia scelta e da qualche nota di uno degli assoli più replicati e riarrangiati sino ad oggi, mi stringo alle valige e do uno sguardo deciso al pubblico intorno a me, trasmettendo una baldanzosa sicurezza che sembra scrivere un nuovo finale di un interminabile romanzo il cui epilogo un istante prima pareva già essere delineato al primo capitolo. Dalla sinistra cominciano serpeggiare i primi "se", "ma" "forse", un bronzio che non fa altro che appagare la mia sete di colmare il vuoto creatosi all'affacciarsi del solito dubbio paralizzante. Intanto sull'mp3 arrivano i Blur con Tender, mi dico, è la svolta! Come on Come on!
Mi si stampa in volto un sorriso a 360°, alla fine non ho la minima idea di dove scenderò. Sarà proprio la mia porta ad aprirsi? chissa! Magari sarà qualcuno da fuori ad aprirla, magari invece aprirà l'altra
Tanti possibili finali, infinite trame di una ragnatela che fluttuano e brillano sospese in un prato notturno, sperdute, abbandonate a se stesse, non più avvolte da quella disperata esigenza di avere una direzione, ora a dirigerle è pronta un'orchestra di stelle.
Il maestro dà il la, il treno si ferma, è ora di scendere.
martedì 22 luglio 2008
Parte tredicesima
Intanto il treno continua ad andare sicuro sul suo inevitabile percorso, sicuro di approdare prima o poi alla prossima stazione, comunque vada taglierà il traguardo senza dar troppa importanza all'esito del suo piazzamento. Nessuna competizione lo assilla, niente sembra sfiorarlo, e così, quasi affascinato dal suo spietato individualismo, lascio da parte lugubrazioni confuse e fumose e volgo lo sguardo dietro di me verso il finestrino che ora mostra pasaggi meno monotoni. Si intravedono infatti le prime colline che non staccano brutalmente dalla pianura su cui per ore ho riposato lo sguardo, ma cercano di creare un'armonico compromesso di immagine e colore che non disturba o sorprende in maniera scioccante, ma dolcemente invita l'occhio ad apprezzarne le sfumature e i particolari.
Al diavolo il panino, son quasi arrivato a Bologna, prenderò qualcosa lì in stazione in quei distributori di massa parcheggiati sul binario, dove la scelta è servita in una confezione di plastica e per la quale non val certo la pena spendere più di 2 euro e più di 2 secondi. Mi rituffo allora nel corridoio del treno cercando di riprendere al più presto la mia postazione e sopratutto le mie valige che comincercanno ormai a chiedersi che fine abbia fatto. Inizio uno slalom tra valige, sguardi e parole, cercando ogni tanto di regalarmi qualche nota paesaggitica, cercando di cogliere come lo sfumare della pianura lasci spazio ai primi pendii. Finalmente giungo alla mia postazione, le valige son sempre lì, non si son mosse di un millimetro, mi presento disarmato, senza panini sbrodolanti pronti ad imbrattarle, mi siedo, è il momento di dare una base musicale a questo paesaggio,a questo primo traguardo che sto finalmente per ragiungre. Il primo pezzo che passa sull'MP3 direi che intona alla grande il momento, è il grande Jamiroquai con spend a lifetime, una delle canzoni che preferisco, una canzone di una delicatezza incredibile, sembra quasi disegnare una pianura che lentamente si lascia accarezzare da tondeggianti rilievi. Sono completamente assorto, estasiato dalla perfezione di immagine suono e colore.
Allla fine mi dico: avrò impiegato pure un'infinità per raggiungere Bologna, ma se al primo traguardo il regalo è questo, spero di di continuare il viaggio ancora a lungo!
Ecco che i pendii si fan più decisi, l'appennino decide che è il momento di entrare in scena, abbasso il finestrino, i profumi si fanno più intensi, freschi, giovani, decisi, sembrano aver preso in mano le redini di un gioco in cui le regole son dettate dal loro fondersi casuale. Il sapore è troppo forte, troppo inebriante, non riesco a rimanermene inerme, ancora una volta mi lascio contagiare dall'odore della vita e schiaffcciare il volto dal vento.
Eccoci, sono quasi arrivato, c'è una chiesa o una basilicà, non so, laggiù su una delle colline, chissà quale è il santo fortunato a cui è stata dedicata. Mi ricorda in un certo qual modo Mont Martre, come una dolce collina che, sprigionando un inspiegabile senso di serenita e rassicurazione, culla il continuo e infinito intermittio di luci e suoni della città lasciando che il loro frenetico spegnersi e riaccendersi vadono confondendosi e scomparendo tra le onde del vento e il il chiarore lunare.
Bologna, arrivo, ormai non mi scappi!
(continua...)
Al diavolo il panino, son quasi arrivato a Bologna, prenderò qualcosa lì in stazione in quei distributori di massa parcheggiati sul binario, dove la scelta è servita in una confezione di plastica e per la quale non val certo la pena spendere più di 2 euro e più di 2 secondi. Mi rituffo allora nel corridoio del treno cercando di riprendere al più presto la mia postazione e sopratutto le mie valige che comincercanno ormai a chiedersi che fine abbia fatto. Inizio uno slalom tra valige, sguardi e parole, cercando ogni tanto di regalarmi qualche nota paesaggitica, cercando di cogliere come lo sfumare della pianura lasci spazio ai primi pendii. Finalmente giungo alla mia postazione, le valige son sempre lì, non si son mosse di un millimetro, mi presento disarmato, senza panini sbrodolanti pronti ad imbrattarle, mi siedo, è il momento di dare una base musicale a questo paesaggio,a questo primo traguardo che sto finalmente per ragiungre. Il primo pezzo che passa sull'MP3 direi che intona alla grande il momento, è il grande Jamiroquai con spend a lifetime, una delle canzoni che preferisco, una canzone di una delicatezza incredibile, sembra quasi disegnare una pianura che lentamente si lascia accarezzare da tondeggianti rilievi. Sono completamente assorto, estasiato dalla perfezione di immagine suono e colore.
Allla fine mi dico: avrò impiegato pure un'infinità per raggiungere Bologna, ma se al primo traguardo il regalo è questo, spero di di continuare il viaggio ancora a lungo!
Ecco che i pendii si fan più decisi, l'appennino decide che è il momento di entrare in scena, abbasso il finestrino, i profumi si fanno più intensi, freschi, giovani, decisi, sembrano aver preso in mano le redini di un gioco in cui le regole son dettate dal loro fondersi casuale. Il sapore è troppo forte, troppo inebriante, non riesco a rimanermene inerme, ancora una volta mi lascio contagiare dall'odore della vita e schiaffcciare il volto dal vento.
Eccoci, sono quasi arrivato, c'è una chiesa o una basilicà, non so, laggiù su una delle colline, chissà quale è il santo fortunato a cui è stata dedicata. Mi ricorda in un certo qual modo Mont Martre, come una dolce collina che, sprigionando un inspiegabile senso di serenita e rassicurazione, culla il continuo e infinito intermittio di luci e suoni della città lasciando che il loro frenetico spegnersi e riaccendersi vadono confondendosi e scomparendo tra le onde del vento e il il chiarore lunare.
Bologna, arrivo, ormai non mi scappi!
(continua...)
sabato 5 luglio 2008
Parte dodicesima
Sarà una coincidenza, sarà un gesto di rivalsa da parte del treno icplus milano-ancona, tanto snobbato e assecondato nei confronti dell'ambìto icplus milno-terni (quello ancora ancorato al binario 16),o magari sarà solo una banale probabilità statistica, sta di fatto che allo scemare delle mie riflessioni introspettive da shamano, il vagone ha una scossa ed il viaggio riprende.
Tutto ciò mi colpisce, mi sembra lontano il tempo in cui teorie, lugubrazioni, il continuo incaponirsi dietro concetti tanto profondi quanto contorti, mi rendevano inerme davanti al ciglio di un binario. Seppur vivo sia il ricordo di me che tentenno con fare impacciato e fragile davanti alla porta del treno, non avverto più il frastuono di quelle immagini, come se raffiche di vento portate dall'ormai incalzante incedere del treno avessero dato una ripulita e rinfrascata geneale ad una fornace che era prossima al'ebollizione.
Sulle ali di un entusiasmo da diciottenne al suo primo esame superato mi lancio a corpo morto sulla ritmica di Carols Santana e Steve Tyler dando vita ad un trio inedito verso Bologna, pronto a conquistare il premio per il miglior piazzamento tra gli apolidi pendolari milanesi in cerca di una patria che più gli somiglia.
Lascio così alle spalle Parma e Reggio Emilia, mi avvicino a Modena, ancora una quarantina di chilometri e poi è fatta!, con i grandissimi Creedence Clearwaters sembra davvero tutto in discesa. L'unica nota stonata è il mio stomaco, che con il suo borbottio sempre più inistente tenta di attirare la mia attenzione sul preoccupante moltiplicarsi di sostanze gastriche laceranti. E' ora di lasciare temporaneamente la postazione alla ricerca del famigerato tramezzino mozzarella e pomodoro. Scatto in piedi e senza far troppa attenzione a chi o cosa ho intorno mi involo verso altre carrozze, mi dico: alla fine dovrà pur esserci il vagone ristoro! Tre, quattro, cinque carrozze, poi intravedo il traguardo, mi fermo davanti al bancone, non rimane che scegliere. Grande assortimento!, proprio come dice ad ogni fermata del treno l'addetto al servizio bar bistrot, solo che l'annuncio è rivolto a personale standard in grado di assecondare le proprie esigenze di palato all'incedere della voragine gastrica o al mero tentativo di far trascorrere la lancetta dell'orologio, spostando l'attenzione anche se per pochi minuti su qualcosa che sia diverso dalla solita pagina enigmistica o dall'avanzata irrefrenabile della testa appisolata del "vicino di viaggio".
Il mio è invece un caso abbastanza disperato, specie se tra le innumerevoli portate non sembra esserci il tramezzino pomodoro e mozzarella. Ne inquadro subito uno che lo ricorda un pò per forma e contenuto, ci son poi panini di vari gusti già assaggiati in passato che erano riusciti a lenire il vuoto iniziale, senza però soddisfare mai completamente le attese.
Ancora una volta c'è da prendere un decisione, forse però è il caso di intraprendere per la prima volta in questo viaggio un percorso diverso dal solito, che sia il meno possibile socratico, e che investa il minor numero di componenti esterne che per natura determinano forti condizionamenti nelle scelte. Faccio allora ricorso a preistoriche nozioni da metafisico-economista, assumendo le aspettative come una componente cui è impossibile prescindere tentando così di utilizzarle come principio cardine del processo decisionale.
Quindi,... l'analisi si potrebbe strutturare in questo modo: quello che sto cercando è un tramezzino pomodoro e mozzrella, davanti ho un panino tonno e pomodoro, un tramezzino cotto e fontina e un panino mozzarella e formaggio. Ci sono punti di convergenza?Non so, magari parziali, magari potrebbero nascondere sapori inattesi, d'altro canto potrebbero scontrarsi con quella che inizialmente è stata palesata come una esigenza imprescindibile che vuol far valere il suo peso.
Eccomi lì davanti al bancone mentre mi arrovello ancora una volta dietro contorte supposizioni, in attesa che si materializzi una sorta di risposta che sa di compromesso tra il fare e il non fare, tra il dire e il tacere, tra il volere e il condannare, tra il credere e il negare, tra il potere e il desistere. Rendere trasparenti le aspettative sembra essere un buon inizio, manca ancora un pò di maturità, consapevolezza, responsabilità,... che si nascondano dietro il giustificato motivo per...?
Tutto ciò mi colpisce, mi sembra lontano il tempo in cui teorie, lugubrazioni, il continuo incaponirsi dietro concetti tanto profondi quanto contorti, mi rendevano inerme davanti al ciglio di un binario. Seppur vivo sia il ricordo di me che tentenno con fare impacciato e fragile davanti alla porta del treno, non avverto più il frastuono di quelle immagini, come se raffiche di vento portate dall'ormai incalzante incedere del treno avessero dato una ripulita e rinfrascata geneale ad una fornace che era prossima al'ebollizione.
Sulle ali di un entusiasmo da diciottenne al suo primo esame superato mi lancio a corpo morto sulla ritmica di Carols Santana e Steve Tyler dando vita ad un trio inedito verso Bologna, pronto a conquistare il premio per il miglior piazzamento tra gli apolidi pendolari milanesi in cerca di una patria che più gli somiglia.
Lascio così alle spalle Parma e Reggio Emilia, mi avvicino a Modena, ancora una quarantina di chilometri e poi è fatta!, con i grandissimi Creedence Clearwaters sembra davvero tutto in discesa. L'unica nota stonata è il mio stomaco, che con il suo borbottio sempre più inistente tenta di attirare la mia attenzione sul preoccupante moltiplicarsi di sostanze gastriche laceranti. E' ora di lasciare temporaneamente la postazione alla ricerca del famigerato tramezzino mozzarella e pomodoro. Scatto in piedi e senza far troppa attenzione a chi o cosa ho intorno mi involo verso altre carrozze, mi dico: alla fine dovrà pur esserci il vagone ristoro! Tre, quattro, cinque carrozze, poi intravedo il traguardo, mi fermo davanti al bancone, non rimane che scegliere. Grande assortimento!, proprio come dice ad ogni fermata del treno l'addetto al servizio bar bistrot, solo che l'annuncio è rivolto a personale standard in grado di assecondare le proprie esigenze di palato all'incedere della voragine gastrica o al mero tentativo di far trascorrere la lancetta dell'orologio, spostando l'attenzione anche se per pochi minuti su qualcosa che sia diverso dalla solita pagina enigmistica o dall'avanzata irrefrenabile della testa appisolata del "vicino di viaggio".
Il mio è invece un caso abbastanza disperato, specie se tra le innumerevoli portate non sembra esserci il tramezzino pomodoro e mozzarella. Ne inquadro subito uno che lo ricorda un pò per forma e contenuto, ci son poi panini di vari gusti già assaggiati in passato che erano riusciti a lenire il vuoto iniziale, senza però soddisfare mai completamente le attese.
Ancora una volta c'è da prendere un decisione, forse però è il caso di intraprendere per la prima volta in questo viaggio un percorso diverso dal solito, che sia il meno possibile socratico, e che investa il minor numero di componenti esterne che per natura determinano forti condizionamenti nelle scelte. Faccio allora ricorso a preistoriche nozioni da metafisico-economista, assumendo le aspettative come una componente cui è impossibile prescindere tentando così di utilizzarle come principio cardine del processo decisionale.
Quindi,... l'analisi si potrebbe strutturare in questo modo: quello che sto cercando è un tramezzino pomodoro e mozzrella, davanti ho un panino tonno e pomodoro, un tramezzino cotto e fontina e un panino mozzarella e formaggio. Ci sono punti di convergenza?Non so, magari parziali, magari potrebbero nascondere sapori inattesi, d'altro canto potrebbero scontrarsi con quella che inizialmente è stata palesata come una esigenza imprescindibile che vuol far valere il suo peso.
Eccomi lì davanti al bancone mentre mi arrovello ancora una volta dietro contorte supposizioni, in attesa che si materializzi una sorta di risposta che sa di compromesso tra il fare e il non fare, tra il dire e il tacere, tra il volere e il condannare, tra il credere e il negare, tra il potere e il desistere. Rendere trasparenti le aspettative sembra essere un buon inizio, manca ancora un pò di maturità, consapevolezza, responsabilità,... che si nascondano dietro il giustificato motivo per...?
venerdì 6 giugno 2008
Parte undicesima
Ancora fermo, proprio quando sembrava che si fosse tracciato un percorso chiaro. Forse è stato un peccato di ingenuità, chissà, ma qualcosa mi dice che ancora una volta le aspettative hanno corroso l'idea di aver ascoltato una nota delicata o magari di aver iniziato a dipingere un quadro con colori indelebili, idea che probabilmente doveva essere lasciata alle braccia del vento senza fingere di proteggerla con i "se" per poi anestetizzarla con i "forse"
Che sia allora! Rimane comunque il fatto che il treno è fermo sulle sue posizioni e non accenna ad avanzare. Cerco con lo sguardo di captare segnali, impressioni, soluzioni dalle persone nello scompartimento, ma paiono smarriti, increduli e pian piano si cominciano a ben delineare nei loro volti sfumature di incazztura indomabile. Meglio continuare a sentire musica e lasciare che la logica e la razionalità, che ogni tanto tornano a bussaare nella mia mente, prendano il sopravvento. Ringrazio a tal proposito Mr. Bon jovi, non quello degli ultimi 10-15 anni, ma quello giovane che oltre a fare il figo sul palco componeva melodie apprezzabili come quella di "these days".
Il treno si anima, comincia un via vai di gente che smanaccia, si agita, si siede, poi si rialza, per poi risedersi sempre più esasperata. La situazione mi diverte, decido allora di seguire per un pò questa ondata delirante di gestualità e mi affaccio dalla mia postazione, do quindi un'occhiata alle valige e fingo di trovar loro una più comoda sistemazione, così, tanto per legittimarne il mio possesso. Sospendo per un attimo il mio personalissimo viaggio nella musica e intraprendo l'itenerario del pendolare muovendomi verso altri vagoni alla ricerca del capotreno. Ovviamente il mio iter dura un paio di carrozze, figuriamoci se sacrifico del tempo alla musica per avere notizie su quella che decido di sentenziare come una tipica sosta di scambio tra treni in ritardo.
Mentre torno al mio posto incrocio lo sguardo con un gruppo di giovani viaggiatori che come me sembrano non soffrire più di tanto questo immobilismo, ma che a differenza di me sembrano avere risposte meno presuntuose sul perchè di questa sosta tra i campi emiliani. Beh col senno di poi sarebbe forse stato meglio non venire a conoscenza dei motivi di tanto attendere, in breve, pare che i "no global" avessero organizzato un'intelligentissima maifestazione nei pressi di bologna paralizzando il traffico ferroviario. La mio egocentrismo e smania di protagonismo mista ad una certa sensazione da perseguitato politico mi portano a chiedere se stiano cercando proprio me, ma torno subito tra i comuni mortali ed alla mia postazione, do un pacca alle valige in segno di rassegnazione e riprendo a respirare musica.
Alla fine tra me e me mi dico: dovrà ripartire no? non importa quale sia il binario su cui continuare, non val la pena spendere tempo a chiedersi se o quando ripartire, basta avere un giustificato motivo per farlo.
Che sia allora! Rimane comunque il fatto che il treno è fermo sulle sue posizioni e non accenna ad avanzare. Cerco con lo sguardo di captare segnali, impressioni, soluzioni dalle persone nello scompartimento, ma paiono smarriti, increduli e pian piano si cominciano a ben delineare nei loro volti sfumature di incazztura indomabile. Meglio continuare a sentire musica e lasciare che la logica e la razionalità, che ogni tanto tornano a bussaare nella mia mente, prendano il sopravvento. Ringrazio a tal proposito Mr. Bon jovi, non quello degli ultimi 10-15 anni, ma quello giovane che oltre a fare il figo sul palco componeva melodie apprezzabili come quella di "these days".
Il treno si anima, comincia un via vai di gente che smanaccia, si agita, si siede, poi si rialza, per poi risedersi sempre più esasperata. La situazione mi diverte, decido allora di seguire per un pò questa ondata delirante di gestualità e mi affaccio dalla mia postazione, do quindi un'occhiata alle valige e fingo di trovar loro una più comoda sistemazione, così, tanto per legittimarne il mio possesso. Sospendo per un attimo il mio personalissimo viaggio nella musica e intraprendo l'itenerario del pendolare muovendomi verso altri vagoni alla ricerca del capotreno. Ovviamente il mio iter dura un paio di carrozze, figuriamoci se sacrifico del tempo alla musica per avere notizie su quella che decido di sentenziare come una tipica sosta di scambio tra treni in ritardo.
Mentre torno al mio posto incrocio lo sguardo con un gruppo di giovani viaggiatori che come me sembrano non soffrire più di tanto questo immobilismo, ma che a differenza di me sembrano avere risposte meno presuntuose sul perchè di questa sosta tra i campi emiliani. Beh col senno di poi sarebbe forse stato meglio non venire a conoscenza dei motivi di tanto attendere, in breve, pare che i "no global" avessero organizzato un'intelligentissima maifestazione nei pressi di bologna paralizzando il traffico ferroviario. La mio egocentrismo e smania di protagonismo mista ad una certa sensazione da perseguitato politico mi portano a chiedere se stiano cercando proprio me, ma torno subito tra i comuni mortali ed alla mia postazione, do un pacca alle valige in segno di rassegnazione e riprendo a respirare musica.
Alla fine tra me e me mi dico: dovrà ripartire no? non importa quale sia il binario su cui continuare, non val la pena spendere tempo a chiedersi se o quando ripartire, basta avere un giustificato motivo per farlo.
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